Oddio è lunedì#267
per vivere per sempre, vogliono uccidere tutti noi
All’inizio della settimana, mentre a Pechino sfilavano carri armati e droni in occasione della grande parata militare per l’80ª anniversario della resa giapponese nella Seconda Guerra Mondiale, abbiamo assistito a un gesto quasi hollywoodiano: Vladimir Putin (Presidente della Russia), Xi Jinping (Presidente della Cina) e Kim Jong Un (Leader della Corea del Nord), fianco a fianco, come in un’icona dell’“asse dell’autoritarismo”.
E proprio mentre camminavano sul tappeto rosso, un microfono acceso ha colto qualcosa che sembra uscito da un film di fantascienza: un fuori onda sul desiderio umano di “vivere fino a 150 anni” – e persino di sfiorare l’immortalità – grazie ai progressi biotecnologici e ai trapianti d’organo.
Un desiderio di immortalità che, però, non è mai neutro. Chi sogna vite infinite, spesso, non lo fa pensando all’umanità ma al proprio potere. L’idea che si possa rimanere al comando per sempre è antica quanto pericolosa: il “Reich millenario” immaginato da Hitler. Una promessa totalizzante di un dominio eterno che, per sua natura, è antidemocratico. Per vivere per sempre, vogliono uccidere tutti noi.
Ed è qui che la differenza con le democrazie diventa lampante. Nei sistemi democratici i leader cambiano: a volte troppo in fretta, altre troppo lentamente, ma cambiano. Nessuno può sentirsi eterno, ed è proprio questa la garanzia che il potere non si cristallizzi. La scadenza elettorale, come la clessidra che gira, ricorda a tutti che il tempo non appartiene a un singolo uomo o donna. Le Istituzioni democratiche e i valori che difendono sono più importanti delle persone che temporaneamente li incarnano. Per questa ragione ritengo che le parole di Sergio Mattarella di questa settimana hanno colto il nocciolo della questione: scegliere oggi di rifugiarsi nella prudenza o nell’indifferenza significherebbe scegliere la via dell’irrilevanza.
Dall’altra parte dell’oceano, intanto, Donald Trump ha deciso di ribattezzare il Pentagono: non più “Ministero della Difesa” ma “Ministero della Guerra”. Una scelta che sembra uscita da un romanzo distopico, ma che in realtà ha precedenti nella storia. In molti Paesi, fino alla metà del Novecento, i ministeri della guerra erano la norma (in Italia lo abbiamo avuto fino al 1947). Poi si decise di cambiare nome, perché le parole contano: parlare di “difesa” significava dare un messaggio meno aggressivo, più in linea con l’idea di pace e di cooperazione internazionale. Tornare indietro oggi è un segnale chiaro, un colpo di marketing politico che usa le parole come armi.
L’utilizzo delle parole per stravolgere il significato delle azioni è una caratteristica delle autocrazie. Basti pensare al genocidio di Gaza. Per Israele i bombardamenti sulla popolazione civile sono il “diritto alla difesa”, così come le operazioni militari hanno nomi evocativi come “Guardiani delle mura” o Spade di ferro”. Definizioni semantiche per mascherare la realtà di bombardamenti offensivi di civili. Allo stesso modo di come faceva la Germania nazista con la formula tecnica della “soluzione finale”, un eufemismo terribile che nascondeva lo sterminio degli ebrei. Le parole usate come armi parallele ai missili. Trasformare un attacco in una difesa, un bombardamento a tappeto in un’operazione chirurgica o una strage di civili in un danno collaterale inevitabile serve ad anestetizzare l’opinione pubblica e a rendere la catastrofe inevitabile.
Per questa ragione sabato ero in piazza del Campidoglio insieme al Sindaco Roberto Gualtieri e a tante e tanti per sostenere la Freedom Flotilla, la missione civile internazionale che tenta di rompere l’assedio di Gaza portando aiuti umanitari via mare. Una rete di imbarcazioni con attivisti, fra cui tantissimi italiani, parlamentari e volontari che scelgono la via nonviolenta per denunciare il blocco e difendere i diritti del popolo palestinese. Mettendo il proprio corpo sulla linea della storia. Come presto, temo, saremo costretti a fare ognuno di noi.

