Oddio è lunedì#287

Preferenze finte e premio di maggioranza, la nuova legge truffa della destra

300.000. Sono le firme che un nuovo soggetto politico dovrebbe raccogliere per poter presentare una lista alle prossime elezioni politiche. Seimila firme per ciascuno dei circa cinquanta collegi, un ostacolo pensato apposta per chi oggi non siede in Parlamento. Il deputato democratico Claudio Mancini ha denunciato chiaramente come questa legge sia una vergogna immaginata per premiare chi è al governo e per penalizzare tutti gli altri. Non solo. Questa è anche una legge populista. Promette ai cittadini di restituire loro il potere di scegliere e nello stesso tempo costruisce un meccanismo pensato apposta per non farlo funzionare davvero. Elly Schlein l’ha definita irricevibile nel metodo e nel merito, e ha ragione. La destra, ovviamente, se la è costruita su misura per paura di perdere le elezioni. Una consuetudine cominciata da Silvio Berlusconi che di sistemi elettorali costruiti su misura era un professionista.

Bisogna essere chiari su un punto, perché è quello su cui si gioca tutto. Ho sempre difeso il ritorno delle preferenze per la scelta dei parlamentari. Un conto, però, sono le preferenze vere. Un altro conto sono le preferenze finte che la maggioranza ha messo in questa legge. Le preferenze vere sarebbero state quelle che il Partito Democratico aveva proposto con un emendamento respinto dalla maggioranza. Preferenze piene per eleggere tutti i parlamentari, senza capilista bloccati e senza soglie capaci di renderle inutili nella pratica. Sono le preferenze che in Italia hanno già dimostrato di funzionare, le stesse che nei comuni con la doppia preferenza di genere hanno fatto salire la rappresentanza femminile fino al 36 per cento. Sono un atto di scelta reale, un nome scritto su una scheda, non un simbolo ratificato a occhi chiusi.

Le preferenze finte sono un’altra cosa. Restano tre quarti degli eletti decisi a tavolino nei listini bloccati, e la parte residua viene assegnata attraverso preferenze espresse in collegi così stretti da rendere prevedibile in anticipo chi verrà premiato. Come ha spiegato bene Mancini, il meccanismo serve alle segreterie, non ai cittadini. Non è un caso che scattino soltanto per i partiti maggiori, gli unici che possono permettersi di schierare un candidato competitivo in ogni collegio. Per tutti gli altri restano solo i nomi già scelti dall’alto. E poi c’è il premio di maggioranza, che è il vero cuore di questa riforma. Passare dal 42 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi non è una correzione tecnica, è un’alterazione profonda della rappresentanza. Chi ha qualche anno in più di me questa storia la ricorda già. Nel 1953 la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, insieme ai partiti centristi che sostenevano il governo, scrisse una legge che assegnava due terzi dei seggi alla Camera alla coalizione capace di superare il 50 per cento più uno dei voti. Non un aggiustamento, un cambio di natura del voto stesso. Gli italiani capirono subito cosa c’era in gioco e la chiamarono legge truffa ancora prima che venisse approvata. In quelle elezioni per fortuna il premio di maggioranza non scattò e il Parlamento successivo abrogò la norma.

Quella legge prevedeva comunque il raggiungimento del 50% dei voti. La legge vergogna della Meloni invece fissa quella soglia al 42%. Ovvero una minoranza seppur cospicua degli italiani, dovrebbe avere una maggioranza assoluta del 55%. Peraltro il premio di maggioranza non andrebbe nemmeno alle liste che i cittadini conoscono, ma a un listino che gli elettori non hanno mai visto. Si vota senza sapere davvero chi si sta votando. E proprio qui sta il vulnus democratico che sono convinto la Corte Costituzionale evidenzierà con vigore.

C’è tuttavia un lavoro che spetta anche a noi, alle opposizioni, prima ancora che ai giudici. Dobbiamo far capire alle persone che quando difendiamo le preferenze non stiamo difendendo questa legge. Stiamo difendendo l’idea opposta, quella vera, quella che restituisce davvero un potere di scelta e non lo confisca con un trucco elegante. Sono due cose che si somigliano nel nome, ma si negano nella sostanza, ed è esattamente lì, in quella differenza, che si misura se una democrazia funziona o recita soltanto una parte con il fine di trasformarla in qualcosa di diverso.

Il governo Meloni è ormai al capolinea e quando si approva in fretta e furia la legge elettorale è perché le elezioni sono più vicine di quanto ci si aspetti. Ci attende una grande battaglia di democrazia per restituire all’Italia un governo forte e credibile. Servirà la mobilitazione di tutte e tutti. Teniamoci pronti.

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