La tristezza di un Paese senza memoria

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

20120911-103759.jpgIl nostro é un Paese senza memoria. Soltanto in un paese così, grazie al best seller di Federico Moccia “Ho voglia di te” e alla sua trasposizione cinematografica, sarebbe potuta nascere l’usanza metropolitana dei “lucchetti dell’amore”, incatenati a Ponte Milvio in uno dei luoghi più belli della città. Roma Capitale e il XX Municipio stanno provvedendo in queste ore alla loro rimozione, forti anche della volontà popolare che a stragrande maggioranza ha chiesto di “liberare” il ponte. C’è persino chi ha proposto di mettere quella ferraglia in un museo, segno dello scadimento artistico di un popolo che ha disperatamente bisogno di simboli per sentirsi tale. A lamentarsi della decisione saranno sicuramente i tanti giovani che quel lucchetto l’hanno incatenato ad un monumento, come pegno del proprio amore, seguendo la moda lanciata da un libro e da un film, senza mai domandarsi il senso del loro gesto.

A provare a dare un senso a quella che é diventata una moda fra i più giovani, ci ha provato ieri Laura Bogliolo de Il Messaggero che ha giustamente ricordato come il suggello dell’amore eterno con i lucchetti, deriverebbe da una storia d’amore serba, dove a Vrnjačka Banja, a 200 chilometri da Belgrado, decine di promesse d’amore sarebbero agganciate su uno dei piccoli ponti che costeggiano il fiume Vrnjačka. A lanciare, quindi, la moda sarebbero stati Nada e Relja, due giovani innamorati serbi, moderni Romeo e Giulietta della prima guerra mondiale, consacrati dai versi della poesia Una Preghiera per l’Amore di Desanka Maksimovic, una delle scrittrici serbe più importanti.

Non dappertutto, tuttavia, il simbolo del lucchetto viene usato per rappresentare l’amore sentimentale. Nella cattedrale metropolitana della Zócalo di Città del Messico, esiste da quasi cento anni l’usanza di incatenare un lucchetto davanti all’altare che ricorda Raimondo Nonnato, religioso spagnolo del 1200, appartenuto all’Ordine mercedario, beatificato e canonizzato quattrocento anni dopo dalla Chiesa cattolica. Qui i cittadini hanno l’usanza di chiudere un lucchetto per suggellare una promessa con il divino. La leggenda racconta che poiché in prigione il religioso continuasse a predicare e a convertire musulmani, le guardie per impedirglielo, forarono le sue labbra e le chiusero con un lucchetto.

Ogni popolo ha le proprie storie e tradizioni. I gesti simbolici assumono un significato a seconda delle società e del tempo in cui si sviluppano. Nell’Italia della televisione e dei social network del nuovo secolo, il lucchetto di Moccia é divenuto simbolo dell’amore profano, in sostituzione di quello sacro di cui ancora oggi il Messico é impregnato. Che sia meglio o peggio non saprei dirlo, ma rimane il dubbio che quei giovani che oggi hanno chiuso i propri lucchetti a Ponte Milvio, domani racconteranno ai propri figli e nipoti di Moccia e Scamarcio e non della prima guerra mondiale e di un santo spagnolo venerato in tutto il sud America. Con tanti saluti alla memoria storica, già lacerata, del nostro popolo.

Altri articoli